IL BORGO

Il territorio viene compreso entro l’area designata convenzionalmente con la denominazione di “Civiltà di Golasecca”, con cui si indicano gli insediamenti umani di estrazione celtica, di ceppo linguistico indoeuropeo, i Leponzi, stanziati fin dal secondo millennio a.C. in particolare nell’alta valle del Ticino e nell’Ossola e in generale nell’area delimitata dalla Svizzera al Po e dal Sesia all’Adda.
Sul finire del V secolo a.C. nuove tribù celtiche, i Galli per i Romani, calarono in Italia e nelle zone indicate si insediarono gli Insubri, che poi si fusero con i golasecchiani.
Prima di essere occupato, anche se gradualmente da Roma, il Piemonte era popolato da due etnie in una forma che si potrebbe definire “mista” celto-ligure.
E’ problematico ricomporre oggi il mosaico etnico del tempo a causa di una scarsa documentazione.
Verso il IV secolo a.C. i Celti portarono, penetrando da oriente, forme culturali tipiche della seconda età del ferro, i Celti entrarono in contatto con i Liguri, che occupavano gran parte del Piemonte, ora fondendosi, ora conflittualmente. Tracce indirette indicano che i Liguri occupavano quasi tutto il territorio piemontese ma, in seguito all’invasione gallica, i Liguri si attestarono al di là della Dora Baltea ed a sud del Po, anche se sopravvissero, a nord nuclei Liguri e a sud si infiltrarono nuclei Celti.

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Particolare di una tomba della civiltà di Golasecca. Parco Lagoni di Mercurago

Vi erano popolazioni ed aggregazioni tribali, fra queste alcune tribù si distinsero maggiormente come i Salassi, che occupavano l’alto canavese e la Valle d’Aosta; i Sallui nel vercellese, i Vertamacori nel novarese, i Taurini nella provincia di Torino.
Sullo sfondo di una cultura ligure si nota un’attiva presenza di quella celtica a Gravellona Toce, nell’Ossola e di Belmonte nel canavese.

Vi sono differenziazioni culturali dovute anche a fattori quali montagna-pianura dove nelle aree alpine o prealpine l’esercizio della pastorizia transumante e dello sfruttamento delle miniere si differenziavano in modo netto dalle culture evolutesi nel territorio pianeggiante.
Le attività montane favorirono i contatti con l’opposto versante alpino che determinarono un sistema unitario nelle espressioni culturali. Nella pianura furono l’agricoltura e  i fiumi che svolsero un’importante funzione che determinò una più intensa concentrazione di insediamenti e una maggiore vita culturale anche se i centri celto-liguri, pur se di rilievo, non erano che modesti e di carattere difensivo.
Roma si interessò alla pianura Padana verso il II sec. a.C. al termine della seconda guerra punica e la penetrazione nel territorio avvenne con modalità e tempi diversi costringendo spesso Roma a deportare le tribù ribelli per limitare il fenomeno della guerriglia.
Ma solo verso la fine del I sec. a.C. con la conquista delle zone alpine iniziò la definitiva romanizzazione del Piemonte.
Con la romanizzazione, nell’età di Augusto, i territori novaresi con la valle d’Aosta e la Lombardia vennero inseriti nella undicesima provincia di Roma: la Transpadana.
Alcuni ritrovamenti archeologici indicano a Borgo Ticino la presenza di insediamenti risalenti al IX e VII secolo a.C. nelle zone di Gagnago e della Madonna delle Grazie (Civiltà di Golasecca).
Sempre nella frazione di Gagnago era posto un “castrum romano”, attestato anche dalla toponomastica (via Campo Militare, cascina dei Cesari).

DAL MEDIOEVO AL CINQUECENTO
All’epoca dei Visconti, l’imperatore Ludovico il Bavaro, con diploma del 6 agosto 1329, infeudò Castelletto Ticino a Ottorino Visconti a cui succedettero il figlio Bartolomeo e poi il nipote Alberto.
Nel 1407 il Duca di Milano Filippo Maria Visconti nominò Alberto signore di Borgo Ticino e di Varallo Pombia.
Lo stesso Duca con diploma del 7 maggio 1413 concesse ai figli di Alberto, Ermes e Lancelotto, i feudi di Pombia e di Varallo Pombia con  il titolo di Signore. Da essi vennero poi devoluti e infeudati da Galeazzo Maria Sforza a Martino Paolo Nibbia il 6 ottobre 1469.
Nel 1506 risulta che parte dei feudi di Varallo Pombia e di Pombia fossero in possesso dei fratelli Arcimboldi. Dette proprietà erano state acquistate dall’Arcivescovo di Milano Guido Antonio Arcimboldi dai figli di Martino Paolo Nibbia e, successivamente alienate da Nicolao Arcimboldi il 12 gennaio 1507 a favore di Ludovico Visconti Borromeo.
Da documenti del 1347 risulta che fu sottoposto alla Città di Novara e solo a partire dal 1413 la località fu concessa in feudo dai duchi di Milano ai fratelli Ermes e Lancelotto Visconti. Le terre di Divignano confluirono, a quella data, nel feudo di Borgo Ticino con Veruno, Gattico, Suno, Bogogno, Agrate, Revislate e Comignago.
Nel 1447 il duca Filippo Maria tolse il feudo di Borgo  Ticino ai fratelli Visconti (che restarono signori di Castelletto, Sesto Calende e Ornavasso) per affidarlo a Vitaliano Borromeo.
Durante gli anni della Signoria di Filippo Borromeo, figlio di Vitaliano, (1454-64) venne eretto probabilmente il castello e il paese subì profonde trasformazioni.
Nel 1498 le terre e il castello di Divignano, dopo controversie all’interno della famiglia Borromeo, pervennero a Ludovico Visconti Borromeo e rimasero ai suoi discendenti.
Borgo Nuovo di Ticino nacque intorno al 1190 come borgo franco, libero da obblighi nei confronti del feudatario, probabilmente per il trasferimento della popolazione di Lupiate, centro situato tra la Cicognola e la cascina Beati di Castelletto, non lontano dall’attuale santuario della Madonna delle Grazie. Il borgo era difeso da un fossato e da fortificazioni in legno: vicino alla chiesa di Santa Maria sorgeva un castello da lungo tempo scomparso (è rimasto solo il toponimo “Castellazzo”).
Pur subordinato al Comune di Novara, il borgo si reggeva in modo autonomo; il mercato assunse una certa importanza grazie alla collocazione sulla “Strada Olegii” che da Novara portava al lago Maggiore: è attestata la partecipazione al mercato (intorno al 1250) dei Paratici dei calzolai e dei ferrai di Novara. Lo sviluppo delle attività artigianali è confermata anche dalla presenza, in località San Michele, di un convento delle Umiliate.
Nelle “Consignationes” del 1347 compaiono quattro chiese di Borgo Ticino: Santa Maria  (parrocchiale), Santa Maria di Lupiate (presumibilmente l’attuale Madonna delle Grazie), San Michele (oggi scomparsa), San Zeno o Zenone (di cui restano poche pietre).
E’ di poco posteriore l’oratorio di Maria Vergine Addolorata, detta del “Lazzaretto”, perché trasformato qualche volta in  rifugio per gli appestati: si trattava di un ampio edificio che poteva contenere fino a trecento persone: in alcuni documenti è attribuito ai Santi Simone e Guida. Oggi è ridotto ad un rudere.
Entrato a far parte del dominio del ducato di Milano, venne dato in feudo nel 1413 ai Visconti e nel 1447 ai Borromeo, che lo tennero fino al XVIII secolo. Una sorta di censimento del 1450 attesta la presenza a Borgo  Ticino di 125 focolari, con una discreta produzione di carni e di vino.
Gagnago mantenne, data la sua posizione elevata, un ruolo prevalentemente  militare anche in questo periodo: il suo castello  fu distrutto nel 1312 nel corso delle lotte tra i Tornelli da un parte e i Brusati e i Cavallazzi dall’altra parte per il predominio su Novara.
Il castello fu successivamente ricostruito dai Visconti, dei quali rappresentò un punto di forza.
Attualmente ne restano  solo alcune tracce nei muri di alcune vecchie abitazioni.
Il vescovo Carlo Buscapè segnala che, all’inizio del Seicento a Borgo Ticino vi erano due parrocchie, i luoghi erano ricoperti di molti boschi, che davano un notevole reddito in legna da fuoco, trasportata a Milano attraverso il fiume.
Lo stesso autore riferisce la presenza di testimonianze (chiese, costruzioni civili, rovine medievali) di un tempo in cui la popolazione era più fitta.

FRA SETTECENTO E OTTOCENTO
Nel 1718, un censimento svoltosi sotto la breve sovranità austriaca calcolava la popolazione in 1159 abitanti.
La cultura di questi secoli e il fervore religioso che li contraddistinse sono testimoniati da alcuni elementi architettonici e da alcuni arredi della chiesa Parrocchiale di Borgo Ticino, che ancora si percepiscono nonostante i rimaneggiamenti e le integrazioni subiti dall’edificio nel corso dell’Ottocento. Risale all’inizio del Seicento la ricostruzione del santuario della Madonna delle Grazie, che il Buscapè aveva giudicato bisognoso di ampi restauri. Allo stesso periodo tra gli ultimi anni del secolo XVI e il Seicento risalgono l’oratorio di Sant’Anna alla Campagnola e l’oratorio della  B.V. Annunziata a Gagnago: entrambi gli edifici hanno peraltro subito notevoli rimaneggiamenti in tempi più recenti. Da non trascurare la presenza di alcune immagini sacre di particolare valore risalenti a questo periodo: una Vergine in trono con il Bambino del secolo XV (con cornice in stucco di Maestro Ticinese del secolo XVII), situata in via Castellazzo; una Vergine con il Bambino, datata 1581, in via Santa Caterina, 14 (interno cortile).
Diversi sono gli impianti più recenti, ottocenteschi, riscontrabili nell’allineamento delle case d’abitazione, rivolte prevalentemente a mezzogiorno, con un cortile che le separa dalle stalle sormontate dai fienili, tipica struttura abitativa della comunità contadina.
L’orientamento prevalente delle case del paese verso mezzogiorno, per evidenti necessità di insolazione, ha fatto sì che lungo le strade con direzione nord-sud si incontri normalmente una disposizione “a pettine” delle corti.
Notevoli furono i cambiamenti che in questo periodo si verificarono a Borgo Ticino.
Nel 1814 la popolazione del borgo ammontava a 1535 abitanti.
In questo stesso anno, in coincidenza con il passaggio dei poteri dopo la caduta di Napoleone, si verificò un assalto al Municipio e le carte dell’archivio vennero disperse e bruciate. Poi la storia del borgo si confuse con quella più generale del territorio e del Paese.
L’Ottocento e il Novecento hanno comportato un mutamento, anche notevole, nelle forme architettoniche ed edilizie e nei decori, che si sono affiancate o che hanno sostituito quelle più antiche, legate al gusto e alla cultura barocca.
In questi secoli continuano gli interventi sugli edifici religiosi ma, spesso, gli sforzi delle amministrazioni locali sono rivolti a dotare i borghi di strutture più legate alla vita civile.
Consistenti interventi si effettuarono a Borgo Ticino. Nel 1833 il prof. Vaccani di Milano dipinse la chiesa Parrocchiale, della quale pochi anni dopo venne sostituito l’altare maggiore.
L’Ottocento fu il periodo di maggior splendore del paese: la popolazione crebbe fino ad arrivare ai 2701 abitanti nel 1901, si svilupparono manifatture tessili, i commerci ricevettero un notevole incremento dalla costruzione della ferrovia Novara-Arona, inaugurata il 14 giugno 1855; Borgo Ticino divenne capoluogo di mandamento, sede di pretura, del Tribunale di Giudicatura e dell’Ufficio delle Regie Gabelle. Risalgono presumibilmente a questo secolo il palazzo Comunale (costruito inizialmente come sede della Pretura) e alcuni palazzi appartenenti alle più cospicue famiglie del borgo, quasi tutti collocati lungo la direttrice di via Vittorio Emanuele.
La crisi dell’agricoltura portò a un rallentamento delle costruzioni in paese, anche se all’inizio di questo secolo sono sorti alcuni edifici pubblici importanti (scuola elementare, asilo Zanotti) già progettati nel precedente periodo di crescita.
Risale a questo periodo la ricostruzione dell’oratorio di San Fabiano, chiesa campestre di antica origine, ma successivamente caduta in disuso e interdetta nel 1820.

IL NOVECENTO: NOTE DI VITA
In tutti i centri citati, da Varallo Pombia a Pombia, a Divignano a Borgo Ticino, il Novecento vide la modificazione totale dei modi di vita delle popolazioni, che dovettero affrontare le situazioni politiche, economiche e culturali che condussero ai due conflitti mondiali: alla guerra del 1915-18 e a quella del 1940-45.

Bar Falcone anni 20

Bar Falcone anni 20

Nel corso di questo secolo Borgo Ticino, come altri comuni della zona, conobbe un periodo di crisi, dovuto alla perdita di peso dell’agricoltura collinare, manifestatosi anche attraverso una forte emigrazione verso l’estero: la popolazione perciò diminuì dai 2701 abitanti nel 1901 ai 1717 del 1936.
Dopo il 1945 si ebbe una forte ripresa demografica in seguito all’immigrazione dal Veneto e dal Sud; nel giro di soli venti anni la popolazione superò abbondantemente quella del 1901, portando ad una rapida trasformazione delle caratteristiche ambientali e culturali del paese. E’ comunque da sottolineare che le trasformazioni urbanistiche, che hanno ampiamente toccato la zona prima dedicata alle coltivazioni, non hanno invece modificato, se non in minima parte, la fitta cortina di boschi che circonda il paese, quasi un naturale collegamento tra l’area del Paco del Ticino e quella del Parco dei Lagoni di Mercurago. Questo manto boschivo costituisce un’occasione per lo sviluppo di iniziative di agriturismo o turismo rurale.
Svolgimento analogo ebbe la vita anche nei tre paesi del percorso, fra cui Divignano, che oggi conta circa 1100 abitanti ed è dotato di edifici e strutture moderne, che hanno in parte sostituito le costruzioni più antiche.

CHIESE SANTI E DEVOZIONI
Oltre naturalmente alla Vergine Maria, venerata sotto titoli diversi: Madonna delle Grazie, Annunciata, Addolorata, Assunta, i dedicatari delle chiese urbane e degli oratori campestri dei nostri paesi sono San Rocco, protettore della peste, Santo Stefano martire, con Fabiano e Sebastiano, San Giacomo apostolo fratello di San Giovanni Evangelista, San Zeno africano predicatore e Vescovo di Verona, San Michele arcangelo, San Bartolomeo apostolo, San Pietro, San Giuseppe e Sant’Anna.
La chiesa dedicata a San Rocco a Borgo Ticino non esiste più, eretta nel 1845 “nella parte inferiore del paese lungo la pubblica strada regia alla destra da Oleggio ad Arona” e con il campanile già in rovina (ma adesso si direbbe: in piazza Martiri, sull’area occupata dalla tabaccheria – vedi foto Home Page) fu demolita negli anni Sessanta del nostro secolo. Però già nel 1883 non veniva più adibita a sede di culto ed il Comune se ne servì per le elezioni amministrative del luglio di quell’anno. Negli anni Trenta essa ospitò la Società Elettrica. Oltre che a San Rocco la chiesetta era dedicata a San Defendente Martire.
Di San Zeno o San Zenobio ne rimangono tuttora pochi resti tra la vegetazione.sanzeno
La religiosità semplice ed abitudinaria era legata alle più elementari esigenze della vita domestica e dei raccolti.
Le processioni, innanzitutto. Ora sono un evento raro. Un tempo avevano luogo sovente: una volta all’anno, o più, per ciascuna chiesa o oratorio campestre, in occasione della festività del Santo o della Vergine dedicatari. A queste si aggiungano alcune feste celebrate con particolare solennità e legate alla devozione per San Giuseppe, ricorrenza importante e vacanza per le scuole, per Sant’Anna, per il Corpus Domini.
La processione aveva luogo con grande solennità, specie in quest’ultimo caso: il clero indossava paramenti solenni, sopra l’ostensorio era un prezioso baldacchino, seguivano un accompagnamento musicale, i membri delle Confraternite coi loro colori, i bimbi dell’Asilo in divisa.
Ma esistevano anche le processioni per propiziare il raccolto, per proteggerlo dalla grandine, dai parassiti e dalla siccità, o anche per ringraziare il Cielo negli anni di abbondanza. Nelle loro liturgie si recitavano preghiere particolari per ottenere la benedizione divina. Di queste devozioni, adesso che l’economia familiare non si fonda più sull’agricoltura, restano solo i nomi: Rogazioni, feste del Ringraziamento.
Certamente nei periodi di carestia, quando si trattava di razionare gli alimenti ai figli, anche queste pratiche devote e rassicuranti dovettero assumere toni drammatici  “Campagne   aride e secche, il granoturco moriva in piedi, secchi tutti i contenenti d’acqua, miseria nel paese molta”  così testimonia il parroco di Divignano, don Fermo Volpi.
Altre volte le epidemie colpivano gli animali bovini ed ovini, come nel 1908 a Borgo Ticino: il Sindaco faceva rapporto sull’entità del danno e sulle misura adottate per arginarlo, la gente ricorreva anche e soprattutto alle benedizioni.
Tornando alle devozioni domestiche, possiamo ricordare l’ulivo della domenica delle Palme appeso sulla porta per proteggere la casa ed i suoi abitanti dal fulmine e a altri malanni; l’acqua benedetta per lavarsi gli occhi la mattina di Pasqua; la pratica del Rosario anche quotidiana; le immagini in capo al letto o sulle culle dei lattanti.
Poi il battesimo dei bambini, celebrato il più presto possibile dopo la nascita (la mortalità infantile era alta ed i neonati non battezzati si sapevano condannati al Limbo); la benedizione delle madri dopo il parto, detta purificazione, in memoria della Purificazione di Maria.
Testimonianze ancora visibili sui muri delle case o agli incroci delle vie sono le immagini votive, affrescate sui muri o poste in nicchie. Soggetti di queste decorazioni sono principalmente la Madonna assieme al Figlio e alcuni santi tra i più sentiti come vicini   alle esperienze ed ai bisogni della vita quotidiana degli uomini sulla terra. Appaiono quindi frequentemente Maria e il Bambino, la Natività, la Pietà, San Giuseppe, Sant’Antonio. Nelle loro storie sacre gli anonimi pittori, quasi sempre dell’ultimo secolo, trasferivano voti e preghiere di chi dimorava in quelle case e riconosceva nell’immagine affrescata, alla quale domandava aiuto e protezione, quasi una fratellanza con le proprie gioie ed i propri dolori.

Il sacro ed il mistero vivevano dunque fianco a fianco con gli esseri umani e ne permeavano le azioni abituali, ne esorcizzavano le paure.

LA CHIESA PARROCCHIALE DI M.V. ASSUNTA
S. Maria Assunta in Borgoticino, chiesa parrocchiale del paese, ha origini medioevali (presunta seconda metà secolo XII) riscontrabili ancora oggi nei resti di un’abside e nel campanile.

Chiesa primi anni 20

Chiesa primi anni 20

L’abside, costruita con ciottoli e pietre, alcune delle quali ben squadrate, si presenta decorata con archetti pensili in pietra, poggianti su mensole; sulla parete, ripartita da lesene, vi sono i resti di una finestra a monofora, con archivolto formato da un unico pezzo di pietra. Il campanile, “collocato presso il muro verso monte”, poggia sull’abside stessa; anche la sua superficie è decorata con archetti pensili di uguale fattura rispetto a quelli dell’abside. La critica fa risalire la sopraelevazione di quest’abside e l’innalzamento del campanile al XIII secolo. Più precisamente, alla luce di quanto indicato nelle visite pastorali, si può ipotizzare che il campanile sia stato eretto intorno al 1345, data impressa sulla campana maggiore. Una ulteriore conferma è data dai resti degli affreschi, presenti ai piedi del campanile, che la critica fa risalire alla fine del XIV, inizio XV secolo.
Presumibilmente la chiesa venne eretta con l’edificazione del “borgo franco” (1190) voluto dal Comune di Novara per contrastare il potere di alcune famiglie nobili che in quelle terre avevano il cuore dei loro possedimenti. L’edificio religioso – detto de Burgoticini de Luppiate venne costruito, insieme al castello oggi scomparso, sul punto più alto all’interno delle fortificazioni che difendevano il borgo. Alla fine del XI secolo infatti, la costruzione di nuovo borgo prevedeva anche la costruzione della chiesa: “gli agrimensori del Comune di Novara  tracciavano sul terreno di proprietà comunale un rettangolo al centro del quale, in corrispondenza dell’incrocio perpendicolare di due strade, era posta una piazza quadrata, ad oriente della quale e nel quadrato settentrionale si innalzava la chiesa del nuovo borgo con la facciata rivolta a ponente”.
Nel 1595 la Parrocchiale era già costituita da tre navate, che avevano un tetto di tavole ed erano prive di pavimento. Successive integrazioni ed abbellimenti avvennero nei secoli seguenti: l’aspetto attuale è in gran parte quello assunto nel XIX secolo.
Tra gli interventi ottocenteschi si segnalano gli affreschi del prof. Gaetano Vaccani (1833) – “socio dell’I.R. Accademia di Belle Arti di Milano” e gli interventi di manutenzione delle campane e il restauro al ceppio d’armatura negli anni quaranta. Nel 1869 si da avvio alle pratiche per il restauro della guglia e cupola del campanile con la sistemazione delle scale ed il palco del campanile.
L’interno è a tre navate, separate da dodici colonne di granito di Baveno. L’altare maggiore di stile romanico, è stato edificato alla metà del secolo scorso, in sostituzione del precedente barocco; è in marmo bianco e racchiude la statua dell’Assunta, porta quattro medaglioni in bronzo raffiguranti i quattro Evangelisti e due angeli in marmo. Di fronte ad esso, ai piedi del transetto, vi è il nuovo altare ligneo, intagliato da don Giovanni Cavagna (1996), volto verso il popolo secondo le prescrizioni del Concilio Vaticano II.
Ai lati dell’altare maggiore, nel transetto, vi sono due altari barocchi: quello destro ospita delle reliquie, quello a sinistra una statua della Vergine.
Nella navata a destra rispetto alla facciata sono collocati tre altari:
il primo altare ospita un dipinto raffigurante La presentazione di Gesù al Tempio; sulla destra vi è la statua della B.V. della Quercia, copia di quella venerata a Confienti (CZ), qui collocata dalla numerosa comunità calabrese del paese, che ogni anno organizza in suo onore una festa l’ultima domenica di agosto nel rione Lazzaretto;
il secondo altare della navata destra ospita una statua di San Giuseppe con il Bambino;
il terzo altare è decorato da due dipinti (Madonna con Bambino e Santi e Pietà).
Immediatamente a sinistra del transetto si accede alla cappella del Sacro Cuore, che sorge sul luogo dove nel Settecento si trovava l’oratorio dei confratelli, ad uso della Società del SS. Sacramento.
In fondo alla navata sinistra, sotto una colonna, si trova l’antico pulpito ligneo, finemente intagliato.
Nella navata sinistra si trovano quattro cappelle:
la prima ospita il battistero con vaso di marmo chiaro chiuso da un ciborio in noce;
la seconda e la quarta, barocche, ospitano rispettivamente un Crocifisso ottocentesco e una statua della Madonna con Bambino;
la terza, novecentesca, riproduce la grotta di Lourdes, in agglomerato cementizio.
Notevoli sono anche, sulla facciata interna in alto, l’organo, le vetrate sopra le porte laterali e lungo il lato meridionale della chiesa, nonché le pareti affrescate nel 1883 dal professor Gaetano Vaccani.
Dietro l’altare maggiore si trova il coro ligneo.

IL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DELLE GRAZIE
L’edificio del santuario della Madonna delle Grazie appare a prima vista relativamente recente. In realtà si tratta di una chiesa molto antica (presumibilmente del XII secolo, comunque è citata nelle “Consignationes” del 1347); cadde in rovina nel corso del Cinquecento, ma fu successivamente riedificata nel 1631 incorporando una parte del muro settentrionale dell’edificio romanico e intonacando l’antico campanile.
Questo è a pianta quadrata, a cinque piani con finestre di ampiezza crescente dalla monofora a feritoia alla trifora cigliata (cioè contornata da una ghiera con colonnette intermedie provviste di capitelli a gruccia) della cella campanaria._CD40169_169
Rimangono tracce di archetti pensili sotto l’intonaco.
La muratura originariamente era composta da ciottoli e pezzi di cotto ed è ancora ampiamente visibile sulla parete nord.
L’interno della chiesa è in gran parte moderno.
L’altare maggiore, barocco, custodisce l’antica immagine della Madonna, che ha parecchi punti di somiglianza con quella di Re, tanto che il Barlassina la ritiene dello stesso autore o per lo meno contemporanea: la Madonna dell’affresco tiene con la mano destra un fiore, simbolo di grazia e con la sinistra sostiene il Bambino lattante; ai piedi della Madonna sono dipinti San Giacomo e San Carlo, di epoca successiva.
Sulle pareti dell’oratorio vi sono due recenti tavole di Carlo Morgari (1964) raffiguranti la Pietà e l’Annunciazione.

© Emanuele Terazzi

Oggi Borgo Ticino (in piemontese Borgh Tisin) è un paese di 5.000 abitanti della provincia di Novara. Sorge in una zona collinare, posta a 324 m sul livello del mare. Borgo Ticino dista 29 Km da Novara, 8 Km da Arona sul “Lago Maggiore” e solo 2 Km da Castelletto Sopra Ticino.

La popolazione residente conta numerose comunità immigrate nel primo dopoguerra da altre regioni italiane, specialmente Calabria e Veneto, e recentemente anche da comunità straniere tra cui Argentini, Albanese, Ucraini, Senegalesi, ecc… Sul suo territorio sorge il parco naturale regionale del Bosco Solivo con una spettacolare pineta e anche il famosissimo “percorso vita”. Vi sono impianti sportivi tra cui: pista di go kart, maneggi, campo di calcio, calcetto e basket, palestra e parco comunale.